Cinque anni di Papa Francesco

(fonte: La Civiltà Cattolica, Quaderno 4026, pag. 521 – 528, Anno 2018, Volume I)

CINQUE ANNI DI PAPA FRANCESCO
Il cammino del pontificato si apre strada facendo

Abbiamo appena celebrato il quinto anniversario dell’elezione di papa Francesco. «Come è cambiata la Chiesa in questo quinquennio?»: questa sembra essere stata la domanda alla quale di frequente i giornalisti hanno cercato di rispondere raccogliendo analisi e opinioni. Tuttavia rischia di essere una questione che mette in ombra un dato: la Chiesa vive un cambiamento continuo, perché è in cammino con la storia degli uomini. E ogni pontefice ha avuto un influsso sui suoi tempi e ha contribuito, in un modo o nell’altro, al cammino della Chiesa nel mondo. Come ogni pontefice, Francesco si è sentito chiamato a esprimere il suo proprio sguardo sul mondo e sulla Chiesa.

In particolare, la proposta di papa Francesco è «profetica», cioè rea­lizzata da chi sa conferire al movimento del tempo il suo vero rapporto con il disegno di Dio. Francesco è un papa del Concilio Vaticano II, non perché lo affermi e lo difenda costantemente, ma perché ne coglie il valore intimo di rilettura del Vangelo alla luce dell’esperienza contemporanea. In particolare, ricordiamo che Paolo VI, nel suo discorso di chiusura della IV sessione conciliare, aveva definito la carità come «la religione del nostro Concilio», ricordando «l’antica storia del Samaritano». E per Francesco questa deve essere la Chiesa: una «Chiesa samaritana», «ospedale da campo» – come l’ha descritta nella sua prima intervista che ha concesso a La Civiltà Cattolica nell’agosto del 2013 –, una Chiesa che è «casa per tutti», come ha ribadito più volte.

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Riforme. Alcuni commentatori hanno voluto leggere i cambiamenti nel corso del pontificato di Francesco con un’ottica esclusivamente sociologica, e hanno appiattito il tema della «riforma» sulla questione della riforma della Curia romana. Si tratta di una prospettiva miope.

Già all’inizio del pontificato, Francesco aveva affermato che la riforma della Curia poteva essere solo l’espressione di una riforma interiore, profonda della Chiesa (cfr A. Spadaro, «Intervista a Papa Francesco», in Civ. Catt. 2013 III 449-477). Come il nostro Direttore ha testimoniato, alla domanda che egli ha posto al Papa un anno fa, se volesse fare la riforma della Chiesa, il Papa rispose che lui voleva semplicemente mettere Cristo sempre più al centro della Chiesa; poi sarebbe stato Lui a fare le riforme necessarie.

Non è un caso che il card. Bergoglio, divenuto papa, abbia scelto il nome «Francesco». Non lo ha fatto soltanto per sottolineare il legame evangelico con i poveri e i piccoli, ma lo ha fatto perché sente come sua la missione di Francesco d’Assisi: «ricostruire» la Chiesa, cominciando, come il santo di Assisi, dal fare il muratore che ricostruisce una chiesetta. La sua è e vuole essere essenzialmente una riforma spirituale.

In questo senso, l’obiettivo di Francesco è stato quello di avviare le riforme interne alla Curia, ma non quello di portarle tutte e subito a compimento. L’umiltà gli impedisce di immaginare se stesso come il «Don Chisciotte» della riforma, che «è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti», per usare una sua immagine eloquente (cfr Francesco, Discorso natalizio alla Curia romana, 21 dicembre 2017). Questa è l’ironica e smaliziata constatazione che lo ha guidato sin dall’inizio.

D’altra parte, la narrativa che nulla sia andato in porto è palesemente falsa. Francesco «mette mano» alle cose e scioglie i nodi uno ad uno, nei limiti del possibile. Chi invece si immaginava un deus ex machina donchisciottesco può rimanere deluso. Il Papa sa che si possono fare errori e ha l’umiltà di riconoscerlo e di provare altre strade. Poi «testa» la bontà dei processi in corso e si consulta. Per questo esiste il gruppo dei cardinali, il cosiddetto «C9». Ma Francesco non crede in soluzioni prêt-à-porter. Non vi ha mai creduto. La riforma si sta compiendo passo passo. Per dirla in altro modo: generalmente parlando, si può affermare che questo è un pontificato di semi. La quantità di semi che esso sta spargendo è ampia e maggiore rispetto a quella del primo raccolto.

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Discernimento. Il pontificato di Francesco è un pontificato di discernimento spirituale. Mette la Chiesa in esercizi spirituali. E non è affatto un caso che il Papa abbia deciso di vivere la festa della Cattedra di san Pietro, il 22 febbraio scorso, non in una solenne celebrazione in San Pietro accompagnata da cori di Tu es Petrus, ma chiuso e in silenzio, in esercizi spirituali, con la Curia, ad Ariccia (Rm).

Il pontificato di Francesco ha nel discernimento il cuore della sua proiezione nella storia. Il discernimento di Bergoglio è quello ignaziano: sebbene esso si compia nell’ambito del cuore, dell’interiorità, la sua materia prima è sempre l’eco che la realtà quotidiana riverbera in quell’intimità. È un atteggiamento interiore che spinge a essere aperti a trovare Dio dovunque Egli si faccia trovare, e non soltanto in perimetri già noti e ben definiti. Soprattutto, non teme l’ambiguità della vita e l’affronta con coraggio.

Che questo discernimento sia in atto lo dimostra il fatto che attorno al Papa si creano campi di energie di attrazione e repulsione, negative e positive, in cui Francesco si fa catalizzatore di quelle positive, che esse siano dentro o fuori della Chiesa. Pensiamo alla mobilitazione per la pace in Siria o all’effetto dell’enciclica Laudato si’. Aggrega il bene e costringe il male a svelarsi. E questo si manifesta fuori, ma anche dentro la Chiesa.

Tuttavia, papa Francesco in questi cinque anni non ha seguìto una strategia definita a tavolino, non ha applicato un «piano quinquennale» astratto e teorico. Come si è detto, egli procede per discernimento, apre gli occhi, tocca le ferite, ascolta… e prende le sue decisioni in cappella, non in «ufficio». Alcune scelte, anche importanti, le fa non perché «programmate», ma perché avvertite necessarie nella sua preghiera personale. Da qui la sua capacità di sorprendere, ma anche la sua capacità di tirare dritto, non avvertendo né la forza del vento interno contrario né la pressione mediatica esterna. Le sente, ma non è sensibile ad esse.

Quindi, essere uomini di discernimento significa per il Papa essere uomini dal «pensiero incompleto», dal «pensiero aperto», come ha detto nella nostra intervista. La sua visione interiore non s’impone sulla storia cercando di organizzarla secondo le proprie coordinate, ma dialoga con la realtà, s’inserisce nella storia degli uomini, si svolge nel tempo.

La strada che Francesco intende percorrere è per lui davvero aperta e rifugge le conclusioni facili: il cammino si rivela camminando. Così, a volte egli apre discorsi senza però chiuderli subito o trarne conseguenze affrettate, lasciando lo spazio al dialogo e al dibattito, anche tra coloro che hanno alte responsabilità ecclesiali (cfr Evangelii gaudium [EG], n. 32, sulla conversione del papato; n. 51, sulla disciplina dei sacramenti; n. 104, sul ruolo della donna).

In questo cammino il Papa non crede che si debba attendere dal suo magistero «una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo» (EG 16). Infatti, «né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale o della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei» (EG 184). Quindi, «nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le questioni particolari» (EG 241).

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Resistenze. Francesco, come tutti i papi, ha generato resistenze fuori e dentro la Chiesa. Perché? La radice profonda di questo pontificato è la fede che Dio sia attivo e all’opera nel mondo. Alcuni credono che Dio si sia ritirato, che ormai il mondo sia preda del male e che la Chiesa stessa debba ritirarsi dal mondo e dalla sua polvere, per mantenersi pura e splendida.

Per alcuni, il cattolicesimo dovrebbe essere custodito da una minoranza di puri che ne preservino la dottrina in uno scrigno e che non si contaminino nel mondo, nella storia, nella realtà. Francesco vede fluidità tra piazza e Chiesa, tra ecclesia e agorà, non ostilità. Per lui, la Chiesa deve essere sempre aperta sulla «piazza», per far entrare la gente, sì, ma soprattutto per far uscire Cristo senza chiuderlo dentro a chiave. All’idea di un cristianesimo fatto di gruppetti di puri si contrappone la visione di Cristo che vuole uscire dal Tempio per la sua missione.

Per Francesco, il Vangelo è il talento da spendere e da far fruttificare. La Chiesa deve scendere per strada, sporcarsi e magari ferirsi. Le resistenze attaccano e contrastano questa visione della Chiesa, intesa anche come «fiaccola» che cammina e va dappertutto. Esse la vorrebbero solamente come un «faro» che sta fermo lì dov’è, nella sua staticità: attira e consola, ma non accompagna. Le resistenze a Francesco sono le resistenze al Concilio.

Quel che colpisce semmai è che, mentre fino a oggi l’opposizione era in buona sostanza «grammaticalmente» corretta, cioè capace di criticare azioni del pontefice in carica salvaguardandone però la figura e il ministero, adesso invece essa spesso appare del tutto «sgrammaticata», cioè non in grado di parlare il linguaggio ecclesiale, e persino divisiva su questioni decisive quali l’autorità ecclesiastica o la liturgia. Ciò ha coinvolto persino alti prelati e ha comportato l’intervento della Sala Stampa della Santa Sede per correggere interpretazioni errate. In un caso grave è dovuto intervenire lo stesso Pontefice (cfr C. Giraudo, «“Magnum principium” e l’inculturazione liturgica nel solco del Concilio», in Civ. Catt. 2017 IV 311-324). A ciò si aggiunge anche l’uso di fake news diffuse da una fitta rete di blog e social media che pure si dichiarano «cattolici».

Rimane però il fatto che il pontificato di Francesco è intimamente e profondamente drammatico. Questa drammaticità gli deriva da sant’Ignazio di Loyola e dai suoi Esercizi Spirituali (ES). Nella «meditazione sulle due bandiere» (ES 136-148), Ignazio raffigura un campo di battaglia nel quale si confrontano l’amico, «Cristo, nostro sommo capitano e signore», e «Lucifero, nemico mortale della nostra natura umana». Per Bergoglio, c’è un’inevitabile dimensione di belligeranza nel modus vivendi cristiano. La vita cristiana è una lotta, insomma. E a volte il «nemico» si pronuncia vestendo l’abito dei buoni. E a volte l’«amico» sceglie, per esprimersi, la parola di un «lontano». Lo Spirito soffia dove e come vuole.

Talvolta nei suoi discorsi, sia da cardinale sia da papa, appare la parola «lotta». E la sua lotta è sempre consolata dalla certezza che il Signore ha l’ultima parola sulla vita del mondo: Lui è sempre presente nella nostra storia, che non è abbandonata a se stessa.

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Misurare un pontificato col parametro del «successo» è del tutto incongruo. Tuttavia, possiamo identificare tre ambiti di particolare rilievo nei quali il Pontefice ha agito in maniera molto incisiva.

La sinodalità. All’interno della Chiesa è rilevante la dinamica sinodale che il Papa ha impresso con forza e determinazione. È stata davvero straordinaria la sua capacità di muovere il dialogo interno, e persino il dibattito franco. Aver riportato la sinodalità al centro della vita della Chiesa è stato uno dei semi che ha dato più rapidamente i suoi frutti. Questo ha comportato un aumento del dibattito interno alla Chiesa. Alcuni si sono spaventati e hanno parlato di «caos». Ma in realtà sembrano farlo, perché incapaci di tollerare la libertà di espressione per il bene della Chiesa. E alla fine proprio costoro, che hanno lamentato la pluralità di voci, hanno levato la loro in aperta e sgraziata dissonanza con il Pontefice e il processo sinodale. È un paradosso, ma è pure la testimonianza di un’azione che ha funzionato, smuovendo equilibri statici e arrugginiti.

La conversione del papato. Non esiste una «Chiesa di Francesco»: la Chiesa è la Chiesa cattolica. E ogni papa ne è il capo, ma anche il figlio. La Chiesa oggi è certamente «in uscita», a causa del «terremoto» lento ma costante che questo Papa ha provocato con i suoi messaggi e i suoi gesti. E lo ha fatto soprattutto rinunciando del tutto – anche simbolicamente –alle vestigia imperiali che il pontificato ha ereditato nel tempo. Ma ha pure evidenziato una certa tensione tra spirito e istituzione. Esiste sempre una tensione dialettica intraecclesiale nel discorso che fa papa Francesco tra spirito e istituzione: l’uno non nega mai l’altra, ma il primo deve animare la seconda in maniera efficace, incisiva. Il Papa ha scritto che la Chiesa è «popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (EG 111). Questa tensione anima la riflessione di Francesco in merito a ciò che egli ha chiamato la «conversione del papato» (EG 32).

Pur non cambiando una virgola della dottrina, il Papa ha reinterpretato il suo ruolo all’interno del cristianesimo e delle relazioni ecumeniche. Se una volta il pontefice era percepito sensibilmente come l’ostacolo all’ecumenismo, adesso spesso ne è la motivazione: Francesco aggrega i leader religiosi cristiani. La sua visione dell’ecumenismo è quella di agire come se i cristiani fossero già uniti. Ecumenismo non è stare insieme solo dopo aver risolto le questioni teologiche, ma stare comunque insieme, perché il mondo ha bisogno di una testimonianza comune.

La diplomazia evangelica. Un terzo ambito di rilievo è quello che vede Francesco – si potrebbe dire, «purtroppo» – come l’unico vero leader morale del mondo. La sua capacità dialettica, la sua diplomazia dell’incontro con tutti è in grado di smuovere situazioni che sembrano incancrenite. O almeno di far udire la parola del Vangelo su di esse. Inoltre, il Papa è riuscito a imporre questioni caldissime all’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi. Pensiamo, ad esempio, all’ecologia come tema trasversale della dottrina sociale della Chiesa, e alle migrazioni. O ai drammi della Repubblica Centrafricana e dei rohingya: ferite aperte, sulle quali il Papa almeno è riuscito a tenere accesi per giorni i riflettori dei media internazionali. Sono solo due esempi tra i tanti. E basterebbe, a questo punto, fare l’elenco dei suoi viaggi apostolici e studiarne le traiettorie.

La diplomazia di Francesco è frutto di una visione del mondo che ha almeno due capisaldi: il fatto che mai nulla si possa dare per perso nei rapporti tra popoli, Stati e nazioni; e l’attitudine a capovolgere la prospettiva tra centro e periferie. Per quest’ultimo motivo Francesco ha immesso nel Collegio cardinalizio presenze dalle zone più sperdute del mondo. Per questo ha visitato Chiese dello «zero virgola», dove i cristiani sono un’assoluta minoranza, cioè piccoli come un seme, ma capaci di dare grande frutto per il mondo e dentro la Chiesa. E soprattutto essi sono il futuro. Nella stessa logica del capovolgimento, possiamo riconsiderare il suo primo viaggio europeo, che è stato – di fatto – a Lampedusa, «porta d’Europa», e il secondo in Albania, Paese non ancora nell’Unione Europea e a maggioranza islamica.

Il capovolgimento è reso ancora più evidente da chi afferma che il Papa non capisce l’Europa, perché è latinoamericano. Non si comprenderebbe allora perché tutti i leader europei si siano recati in Vaticano per consegnargli il premio Carlo Magno. Il Papa non ha un concetto spaziale dell’Europa, non la intende come una «cosa», ma ha un’idea di Europa sostanzialmente temporale, ossia la vede come un «processo in corso», che va avanti per integrazione e che si confronta col nodo politico globale dei nostri tempi: le migrazioni.

Con Francesco, lo stesso discorso sulle «radici cristiane» dell’Europa esce dalla disputa ideologica per essere ricondotto al gesto della lavanda dei piedi, come egli ha affermato in un’intervista pubblicata sul quotidiano La Croix il 9 maggio 2016. Questo gesto – egli ha detto – è la «radice cristiana» innestata nel cuore dell’Europa, manifestata nel tempo da Francesco, Benedetto, Teresa d’Ávila, Teresa di Lisieux, Ignazio e da tutti i grandi santi. Su questo il suo sguardo è lucido, ma scomodo. Cioè è radicalmente evangelico.

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La vera grande domanda che vive pulsante al cuore del pontificato di Francesco è questa: come annunciare il Vangelo oggi a chiunque, qualunque sia la sua condizione esistenziale? Il suo modello è l’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus, ed egli chiede ai pastori di accompagnare le persone stando accanto ad esse anche quando gli uomini entrano nella notte, vagando da soli senza meta, come ha detto ai vescovi brasiliani ad appena quattro mesi dalla sua elezione.

Che cosa bisogna attendersi per il futuro da questo pontificato? Lo capiremo nel corso del tempo, perché, come diceva il poeta Antonio Machado: Se hace camino al andar (Il cammino si apre strada facendo).