Tre domande a… Furio Gramatica

Da Ex-News di dicembre 2021, l’intervista (completa) a Furio Gramatica, a cura di Federico Trussoni

Carissime amiche e carissimi amici, bentornati.

Siamo al secondo appuntamento di questa nuova sezione del sito dove, periodicamente, troverete la presentazione di un libro sotto forma di intervista all’autore, solitamente un Ex-Alunno del nostro Istituto.

È con immenso piacere che questa volta intervisto un ex docente del Leone, sempre vicinissimo al nostro Istituto tanto da essere anche padre di una Ex-Alunna: Furio Gramatica, fisico, esperto di innovazione tecnologica specialmente per la salute, in Italia e in Europa, come dicevo ex docente al Leone, autore del libro “Fisica dei rapporti umani. Dieci lezioni di comportamento secondo Natura” (Hoepli 2020), recentemente (e finalmente, dopo il lockdown) presentato a BookCity.

Federico Trussoni
Consigliere Associazione Ex-Alunni Istituto Leone XIII


Cosa ti ha spinto a scrivere un libro (poi entreremo nel merito di “quale” libro…)?

Io ho sempre avuto tre obiettivi professionali: stare vicino alla ricerca di cose nuove (es.: la ricerca e l’innovazione), avere una “paternità” spirituale (es.: insegnare) e avere leve per il cambiamento vero (es.: un posto di responsabilità).

Il periodo in cui ho insegnato al Leone (dal 1993 al 1999) è stato tra i più belli della mia vita per il secondo obiettivo, che altro non è che un “troppo pieno” del primo: se trovi qualcosa di bello, non puoi tenertelo per te, ma senti l’esigenza di comunicarlo e farlo scoprire ad altri. Scrivere un libro ha avuto, per me, questo stesso significato, ma a un pubblico potenzialmente molto più vasto di quello di un’aula di liceo.

Il titolo incuriosisce, perché accosta termini che parrebbero non c’entrare nulla. Da dove nasce?

Il tema nasce dalla pretesa cocciuta che scienza e management potessero andare d’accordo. Mi spiego: negli anni, mentre l’età cronologica e quella professionale avanzavano, ho iniziato a rilevare – avendole cercate – somiglianze sempre più frequenti e meno casuali tra l’arte di cercare la verità oggettiva (scienza) e quella di relazionarsi con gli altri in modo responsabile (il mio concetto di management, che vale anche in famiglia, con gli amici, nel volontariato).

Il successo di un paio di presentazioni a convegni di manager mi ha convinto ad approfondire e rendere organica
questa riflessione.

Ci fai qualche esempio? Uno che mi ha incuriosito è l’accostamento tra il principio di Azione e Reazione e la gestione dei conflitti…

Il Principio di Azione e Reazione fa parte di quelle strane simmetrie dell’universo, naturali a un primo sguardo, che sono invece stupefacenti a uno sguardo più attento. Se A spinge o tira B in una direzione (azione), B spinge o tira A nella direzione opposta con la stessa forza (reazione), fossero anche una mela e il pianeta Terra. Ma i movimenti non sono simmetrici, perché – quelli sì – dipendono dalle masse di A e B. Più sei grosso, meno subisci l’azione di una forza; più sei piccolo, più ne patisci le conseguenze.

Vale anche per i nostri rapporti, ma ce lo dimentichiamo spesso: chi è “grosso” a volte si mette sullo stesso piano mentale di chi è “piccolo”, come fossero alla pari, facendo danni consistenti (capo-neoassunto; padre-figlioletto; medico-paziente fragile ecc.). Si pensi a uno sparo con un fucile: il “rinculo” è una parte fisiologica e irrinunciabile di ogni lancio, ricordiamolo come genitori e come manager, quando chi sta con noi “reagisce” e noi ci rimaniamo male…

C’è, nel libro, un capitolo intitolato “L’entropia e la forza della diversità”. “Entropia” è un termine che a molti di noi ancora risveglia ricordi difficili…

Si pensa che l’entropia sia il disordine, il che può disorientarci, invece è più vicina all’appiattimento, alla mancanza di differenze (che per noi è più simile all’ordine). In natura sono le differenze che permettono di liberare energia e trasformarla in lavoro, che possiamo osservare e riconoscere.

Anche la vita è possibile quando c’è differenziazione tra cellule, organi, apparati. Ma, per mantenere le differenze e non essere definitivamente “schiavi” dell’entropia, serve spendere energia, perché la tendenza naturale dell’universo è di appiattirle (es.: un corpo dopo la morte).

Per questo mangiamo (piacevolissimo modo di acquisire energia). Un buon “capo” valorizza la diversità. Sa che deve spendere energia “umana” per mantenerle la diversità e trarne lavoro. Nel nostro rapporto con la conoscenza del mondo, l’energia della curiosità e la misteriosa intelligibilità del mondo per la nostra mente, mantengono la differenziazione necessaria a rimanere vivi.

Verso la fine del libro, parli del Principio di Indeterminazione di Heisenberg e lo accosti alla “rinuncia a un controllo globale”. Cosa intendi?

Erwin Schrödinger formulò un’equazione che evidenziava una non trascurabile area di incertezza e approccio probabilistico nel misurare i fenomeni microscopici legati alla meccanica quantistica. Il messaggio era sconvolgente rispetto all’approccio positivista in voga, una vera rivoluzione. Bisognava imparare a convivere con la nebbia, come lui stesso racconta in una sua opera (“Fisica e oltre”).

Non capire ci da fastidio, così come non vedere, eppure la nebbia è provvidenziale quando non abbiamo tutti gli elementi, per orientarci nella profondità e ottenere un ritratto completo, anche se impreciso, un po’ come negli sfondi dei quadri di Leonardo.

Giornalmente conviviamo con l’incertezza della conoscenza parziale e rinunciamo a indagare, creandoci scorciatoie senza fondamento per inventarci pseudo-certezze (il pensiero debole).

Nelle vicende umane e nel rapporto con la realtà materiale, è necessario accettare – sulla scala di tempi della vita – la nebbia “buona” che ci permette di avere un ruolo nel quadro della nostra vita anche se alcuni particolari sono sfocati o non visibili.

Questo ci ricorda anche che noi siamo un pezzo – importantissimo e autocosciente, ma un pezzo – dell’universo, che possiamo esplorare e con cui possiamo quindi “dialogare” in modo non autoreferenziale e rasserenarci nel rapporto con esso.

Nell’epilogo del libro, che intitoli “Verità e bellezza”, cerchi una chiave di lettura delle coincidenze, dei parallelismi tra fisica e rapporti umani. Ce ne sveli almeno un pezzetto?

I primi 9 capitoli del libro rivelano in effetti delle “traversine” tra i binari paralleli della fisica e dell’umanità, verificandone la consistenza e come uno regga o ispiri l’altro. Mentre li scrivevo provavo stupore, un certo senso di imbarazzo per un approccio ibrido tra due mondi così diversi (e, per molti, così lontani) e ho costantemente temuto di sfociare nella banalità o nell’autoreferenzialità.

In effetti stavo riportando un’esperienza: la mia, in primis, poi man mano quella di ben più autorevoli fisici del passato, mostri sacri (Heisenberg, Dirac, Feynman, …) che – in scritti non scientifici e spesso meno noti – hanno rivelato sensazioni simili, legami inaspettati tra la loro ricerca della verità fisica e la felicità della scoperta.

Per quanto riguarda la ragion d’essere delle “traversine”, uno spunto (che troverete ben più elaborato nel libro!) è che la “bellezza matematica” in fisica è la corrispondenza al vero: una formula che descrive perfettamente un fenomeno fisico e lo rende intelligibile (e non solo osservabile), è percepita come bellezza in quanto dimostra la nostra capacità di comprendere la realtà e, quindi, il senso di un nostro ruolo in essa; e il riconoscimento del senso ci rende felici, come (non è un parallelo, ma la stessa radice profonda nell’umanità) il senso del ruolo che abbiamo e consideriamo prezioso nei rapporti umani con i nostri cari.