La croce come un trono

Alberto Carloni legge con noi la passione di Cristo, dal Vangelo di Giovanni

(fonte: Ex-News 01-2020)

Il Venerdì Santo il rito romano rivive la Passione di Cristo leggendo il Vangelo di Giovanni dal capitolo 18,1 al capitolo 19,42. Ci sembra allora utile dare qualche indicazione di massima almeno riguardo al racconto della Passione di questo Vangelo che già nel II secolo un Padre della Chiesa, Clemente Alessandrino, definiva il Vangelo spirituale, così diverso dagli altri tre (quelli di Matteo, Marco e Luca, i cosiddetti sinottici per il loro parallelismo).

Va subito sottolineato che Giovanni (Gv) non insiste su quanto c’è di tragico, di doloroso e di umiliante in tutta la Passione; mette invece in evidenza la piena coscienza e la totale libertà di Gesù nell’affrontare la passione e la morte. Il racconto è completamente trasfigurato, reinterpretato. Ricordate il film tanto realistico di Mel Gibson? Ebbene, se il regista-attore australiano avesse seguito il suo racconto avrebbe fatto certamente tutto un altro film… Del resto Gv, nel suo Vangelo, più che narrare, interpreta.

Dobbiamo sempre tener presente che per Gv la croce è il trono di Gesù, la morte è il compimento della sua opera per cui tutta la Passione è narrata nella prospettiva della gloria di Cristo. Per Gv non occorre attendere la domenica, la risurrezione, tanto è vero che le prime comunità da lui fondate festeggiavano il venerdì. Tutta la vita di Gesù è orientata verso questo momento, verso l’ora, in cui il Figlio glorifica il Padre compiendo la sua opera e rivelando il suo amore e il Padre glorifica il Figlio rivelando la sua identità divina.

Gv dunque ci presenta un Gesù che affronta i nemici con maestà regale e la Via Crucis si trasforma in una specie di marcia trionfale, senza cadute, in cui porta la croce da solo (lui non racconta del cireneo), non quindi come un condannato a morte che subisce ma come colui che sa di essere lo strumento privilegiato dell’opera di salvezza. Per questo motivo, ad esempio, non troviamo il bacio di Giuda, l’agonia al Getsemani, la fuga dei discepoli, il grido di sconforto di Gesù sulla croce (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”). Non sono descritte né le scene degli oltraggi in casa dell’ex sommo sacerdote Anna né gli scherni degli spettatori ai piedi della croce; si ricorda solo uno schiaffo dato da una guardia nella casa di Anna e questa guardia va considerata come il rappresentante di tutti quelli che hanno respinto la Parola di Gesù. Al contrario, solo Gv descrive l’impressione di maestà che Gesù fece su coloro che andavano ad arrestarlo, solo Gv dà un eccezionale spazio al processo romano per esaltare la regalità universale di Gesù davanti al rappresentante dello Stato più potente al mondo. E solo Gv descrive il colpo di lancia che fece uscire dal costato sangue e acqua, simboli già per i Padri della Chiesa dell’eucaristia e del battesimo.

E in tutto questo racconto della Passione il paradosso giovanneo (ironia, fraintendimenti, doppi sensi di cui magari possiamo parlare in altra occasione) è esaltato alla massima potenza perché per Gv, sul piano teologico, accade esattamente il contrario di quello che si svolge sul piano storico: Gesù è il vero giudice davanti al quale il popolo condanna sé stesso. Gesù è sempre il regista degli avvenimenti e durante l’interrogatorio – se ci badiamo – è soprattutto lui a fare domande!

E poi, quando leggiamo/ascoltiamo gli ultimi momenti di Gesù, è come se vedessimo attraverso una lente di ingrandimento puntata sulla Gloria della croce; la narrazione si fa sempre più lenta, tende a far dissolvere il tempo nell’eternità. Se facciamo attenzione, il tempo narrante e il tempo narrato coincidono con il tempo reale. Quindi noi lettori/ascoltatori partecipiamo all’evento come se fossimo presenti, immersi in un tempo senza tempo.

Un’ultima considerazione. Quando sentiamo che Gesù sulla croce muore in totale obbedienza al Padre, noi siamo portati a pensare che questo sia un segno di inferiorità del Figlio nei confronti del Padre, un segno di dipendenza. Invece questa è la suprema testimonianza della divinità di Cristo e del mistero della sua filiazione. Perché se Cristo non può fare nulla da sé stesso, se non può parlare a proprio nome, se non può agire senza riprodurre esattamente l’azione del Padre, tutto ciò è la prova che egli è Figlio di Dio in senso unico e privilegiato perché tutto ciò che egli è o che egli fa lo riceve dal Padre senza soluzione di continuità. Quindi lui è l’espressione perfetta della perfezione del Padre (in Gv 10,30 il compendio della teologia giovannea: “Io e il Padre siamo una cosa sola”) .

Alberto Carloni
Ordine Secolare dei Servi di Maria
Ex-Alunno maturità classica 1965