Tre domande a… Paolo Tenconi

Tre domande a… Paolo Tenconi
Professore dei licei del Leone XIII, Coordinatore dei progetti internazionali ed Ex-Alunno

Qual è il suo più bel ricordo come insegnante al Leone XIII?

I ricordi di un insegnante si legano per forza di cose agli studenti, alle classi. Sì, ci sono anche i colleghi, che riempiono le giornate, spesso piacevolmente, fatti più o meno buffi e significativi che si possono ricordare, singole persone che hanno segnato un passaggio importante nella vita di un docente. Ma il senso del nostro lavoro è quello che riusciamo a fare nelle classi. E per questo ricordo una classe di liceo classico, con cui ho iniziato a lavorare quando ancora si chiamava Quarta ginnasio: allora insegnavo italiano al biennio e storia e filosofia al triennio: il che significa che siamo stati insieme cinque anni. Li ricordo ancora tutti, un gruppo meraviglioso. In quegli anni ho avuto l’impressione che gli ideali delle nostre scuole ignaziane lì si fossero realizzati davvero e pienamente, tanta era stata la adesione al progetto educativo da parte di studenti e famiglie, tanta la simpatia che emanava pur nella fatica del lavoro quotidiano.

Che cosa l’ha motivata a passare da”dietro il banco” a “dietro la cattedra”?

L’insegnamento mi ha sempre affascinato: ci ho sempre pensato, anche dopo aver iniziato a lavorare con mia madre nel campo dell’accessorio moda, lavoro meraviglioso, ma lontano dalle mie aspettative. Ho preferito l’insegnamento anche al lavoro di ricercatore universitario, che ho seguito comunque per una decina d’anni. Mi ha sempre attirato il contatto diretto coi giovani, la capacità di poter davvero agire su di loro, con tutta la responsabilità e la difficoltà che questo comporta. L’insegnamento non è mai stata una vera e propria scelta, la mia natura mi ci ha condotto. Semmai è stata una scelta rimanere al Leone dopo aver conseguito quattro abilitazioni allo Stato. Una scelta di cui ovviamente oggi non mi pento.

Come pioniere delle iniziative di scambio internazionale, cosa vuol dire oggi fare rete?

La rete tra le scuole dei Gesuiti l’abbiamo sperimentata in grande anticipo il prof. Bertolotti ed io nel progetto JEEP (Jesuit European Educational Project), la simulazione dei lavori del Parlamento europeo nata al Leone nel 2004 e tuttora viva e attiva. Abbiamo fatto gruppo con i docenti di altre 8 scuole europee, con cui programmiamo e a volte passiamo anche del tempo libero semplicemente per divertirci e stare insieme in qualche angolo di Europa. La rete ha senso se la si intende come scambio di esperienze esistenziali, non solo scambio di best practices, ma di consigli, di vita vissuta. Fuori da questa dimensione sono solo inutili chiacchiere e può risultare molto dispersiva. Nel mondo globale si può solo ragionare in rete, nessuno può più permettersi di coltivare solo il proprio orticello. Ma tutto questo va vissuto con adesione, non può essere imposto, altrimenti la rete diventa una gabbia.