Cittadinanza globale – una grande opportunità

Vincenzo Sibillo, Ex-Alunno e Direttore Generale dell’Istituto Sociale di Torino ci propone un’analisi di cosa voglia dire, oggi, diventare “cittadini globali”

(fonte: sito istitutosociale.it)

L’Istituto Leone XIII – così come ogni scuola appartenente alla Rete delle Scuole dei Gesuiti – presta una grande attenzione al tema della internazionalità. In questi anni si sono moltiplicate le opportunità per i nostri studenti di vivere una esperienza di studio all’estero, e diversi ex-alunni del Leone hanno proseguito gli studi universitari in atenei internazionali. Cosa significa però, da un punto di vista squisitamente ignaziano, diventare “cittadini globali”? Una interessante analisi del tema ci viene dal nostro caro prof. Vincenzo Sibillo, Direttore Generale dell’Istituto Sociale di Torino e… ex-alunno leoniano! Già pubblicata qualche giorno fa sul sito dell’Istituto Sociale di Torino, per il respiro, la profondità e la lungimiranza che la caratterizza desideriamo condividerla oggi anche sul sito del nostro Istituto.

Dal sito del Leone XIII (link)

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Fino a qualche anno fa l’internazionalità nelle nostre scuole dei Gesuiti era un progetto: uno scambio, un gemellaggio, un convegno a tema. Era un settore. Un’esperienza dell’anno per qualche studente liceale. Non poco comunque e soprattutto una bella intuizione, trent’anni fa e oltre.

La grande rete mondiale delle scuole dei Gesuiti però (la mappa è visibile sulla home page del nostro sito e anche su educatemagis.org), un patrimonio inestimabile per quello che può offrire ai giovani, era per lo più inattiva in quanto rete, congelata, almeno dal nostro punto di osservazione.

Soffermandoci un istante: anche in questo la Compagnia aveva mostrato la sua lungimiranza. Col tempo aveva creato una rete globale di scuole (investire sull’istruzione… incredibile!) quando ancora il concetto di globalità non esisteva. Eppure… “Per gran parte della sua storia, l’educazione dei Gesuiti è stata multinazionale” (da Jesuit Schools: a Living Tradition in the 21ST Century – An Ongoing Exercise of Discernment, n. 180).

Un investimento planetario sull’educazione codificato da un’impronta e da uno stile che oggi stiamo riscoprendo a fondo e valorizzando, riconoscendone tutta la sostanza.

Ora l’internazionalità si è trasformata in un concetto più ampio, che è stato assorbito da quello della cittadinanza globale. Un’espressione ambiziosa, un traguardo più che una constatazione.

“Ciò dovrebbe condurre ad una pedagogia e ad una programmazione didattica volte a preparare gli studenti a comprendere e rispettare le culture del mondo, rispettare e valorizzare la diversità, essere aperti alle esperienze provenienti da Paesi, tradizioni e culture diverse dalle proprie, e avere una prospettiva globale sulle ingiustizie sociali.” (Op. cit. n. 183)

Abbiamo forse compreso che a scuola bisogna cominciare presto a dare uno sguardo meno locale a quello che succede intorno noi. Per farlo però bisogna attrezzarsi, studiando i codici che ci permettono di capire e di interagire: le lingue innanzitutto, di cui nel nostro Paese occorre ancora maggiore padronanza (un segnale: in tanti CV di ventenni aspiranti docenti di materie non linguistiche, il livello indicato dagli stessi di conoscenza della lingua inglese è ancora A1/A2).

Poi sarebbe opportuno studiare il linguaggio complesso della programmazione e quello non meno semplice della comunicazione, di cui siamo per lo più digiuni. Ma senza trascurare  la storia, l’economia, la geografia, l’arte, la filosofia e la poesia, le scienze e le religioni, perché abbiamo ancora bisogno di conoscenze e di molti significati, oltre che di strumenti. Dobbiamo imparare l’inglese a livello C1 e poi dobbiamo dire qualcosa di senso, possibilmente sempre di livello C1, in Inglese.

Prima di salire sull’aereo sarebbe bene che conoscessimo più a fondo il nostro territorio, con la sua storia, le sue necessità, i suoi strati multiculturali. Che avessimo imparato, anche grazie alla scuola, l’importanza di donare un po’ del nostro tempo e delle nostre attenzioni a chi ne ha bisogno.

Con questa attrezzatura culturale ed umana dovremmo essere sufficientemente pronti ad immergerci nel mondo, anche da casa nostra, perché in realtà lo abbiamo già fatto. E potremo svolgere un ruolo attivo, per promuovere progresso e giustizia, ricordando quello che di più importante ci avevano insegnato alla scuola dei Gesuiti, che non si diventa cittadini globali da individualisti, pensando a riempire soltanto il proprio carrello.

Dopo di che, tornando a noi, passato il Covid, farei un appello: apriamo questa rete mondiale di scuole della Compagnia, nel nord e nel sud del mondo, e facciamo viaggiare studenti e docenti, come abbiamo iniziato a fare. L’obiettivo non è allestire cataloghi di viaggio, che competono ad altre organizzazioni, ma creare percorsi di studio ed esperienze formative “ignaziani” per permanenze lunghe, da qualche mese ad un anno. Andiamo in Spagna, negli USA e in India e anche ospitiamo nelle nostre scuole, nelle foresterie e in famiglia. In parallelo una lezione di storia via web dalla Jesuit School di Dallas o dal Sociale di Torino non dovrebbe essere un’impresa.  

Certo, per far muovere studenti e docenti avremmo bisogno di un admission office efficiente, come le scuole americane, di persone che ci lavorano a tempo pieno, di un sito in inglese, di investimenti, per offrire l’opportunità a tutti. Di un curriculum e di un’organizzazione flessibili. Di una mentalità più aperta, soprattutto, anche nei prestigiosi college d’oltreoceano.

La svolta vera si potrà avere se questo avverrà come sistema e non perché lo chiede uno qualunque da una delle oltre 800 scuole dei Gesuiti. Il quale, peraltro, non starà ad aspettare.

Prof. Vincenzo Sibillo